Realismo e verismo

Tra il 1874 (anno in cui scrive “Nedda”) e il 1880 (anno in cui escono in volume le novelle di “Vita dei campi”) Verga individua chiaramente nella preponderante presenza del narratore, nel coinvolgimento autobiografico dell’autore e nella melodrammaticità dello stile e del linguaggio i limiti dei propri romanzi “borghesi” e i più seri ostacoli all’analisi lucida e spassionata del vero e allo sviluppo autonomo e realistico della narrazione. La profonda novità di “Vita dei campi” è quindi frutto non già di un’improvvisa e miracolosa “conversione”, bensì dell’individuazione e dell’applicazione di nuovi strumenti e tecniche espressive, corrispondenti alla chiarificazione teorica della propria poetica. L’approdo a forme di scrittura più mature non si configura come una sconfessione delle precedenti forme narrative, ma come una progressiva adozione di temi (e quindi di personaggi e di ambienti) e di tecniche che, limitando la soggettività della narrazione, le permettano di acquisire autonomia rispetto all’autore.

Il realismo a cui Verga ambiva già nei primi romanzi si traduce nella messa a punto dei canoni veristi di una narrativa caratterizzata in primo luogo dal principio dell’impersonalità: l’autore si eclissa dalla narrazione; come risulta chiaro dai pochi ma essenziali documenti di questi anni, ciò implica la necessità di guardare alla materia narrata “da una certa distanza”, per poter conservare intatta la lucidità di analisi e non interferire quindi con giudizi e commenti; lo scopo, come si legge in un famoso passaggio della Prefazione alla novella L’amante di Gramigna, è che l’opera d’arte sembri “essersi fatta da sé [...] senza serbare alcun punto di contatto col suo autore”.

Per riprodurre la società nel modo più “vero”, Verga la osserva scrupolosamente, studiando l’ambiente fisico ed il dialetto, documentandosi sui mestieri e sulle tradizioni; inoltre usa uno stile impersonale in modo che il lettore si trovi - come dice lui stesso – “faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro attraverso la lente dello scrittore”. Così sembra che i personaggi e le vicende si presentino da sé, e chi legge ha l’impressione di essere messo a diretto confronto con la realtà di cui si parla.

Per ottenere l’impersonalità Verga adotta il punto di vista della gente, di chi fa parte dell’ambiente che sta descrivendo, evita cioè di esprimere il suo personale giudizio e i suoi sentimenti. E per rendere ancora più vera e impersonale la rappresentazione, lo scrittore costruisce una lingua nuova: è la lingua nazionale (non usa il dialetto siciliano perché vuole che le sue opere siano lette in tutta l’Italia) arricchita di termini di origine dialettale, di modi di dire e proverbi, di una sintassi modellata sul ritmo della lingua parlata dal popolo.

 

Il “Ciclo dei vinti”

I Malavoglia, scritto nel 1881, fu pensato come parte di un progetto più articolato, cui Verga aveva fatto riferimento in una lettera del 21 aprile 1878 a Salvatore Paolo Verdura: “[…] Ho in mente un lavoro che mi sembra bello e grande, una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuolo al ministro all’artista, e assume tutte le forme, dall’ambizione all’avidità del guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del grottesco umano”.

Nei cinque romanzi dedicati ai vinti (“I Malavoglia”, “Mastro-don Gesualdo”, “La duchessa di Leyra”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”), Verga si propone di esplorare con il metodo scientifico proprio del naturalismo l’intera gamma delle classi sociali: il primo romanzo sarà infatti dedicato all’analisi delle condizioni di vita di una famiglia di pescatori, cioè di un mondo elementare, privo di complessità culturale e politica; nei quattro romanzi successivi si sarebbero affrontate forme di esistenza via via più complesse (il borghese, l’aristocratico, l’uomo politico, l’intellettuale), in cui alle priorità legate alla semplice sopravvivenza si aggiungono progressivamente altri e più mediati bisogni e finalità, come la volontà di migliorare la propria condizione sociale ed economica, l’ambizione ecc. Verga istituisce così una progressione che non riguarda solo il profilo economico, ma anche la “complessità” dell’animo umano (al vertice della scala vi è infatti la figura dell’artista). Proprio per questo, dei cinque romanzi previsti, l’autore portò a compimento soltanto i primi due (e alcuni capitoli del terzo): la sua tecnica narrativa, secondo quanto egli stesso riconobbe, si trovava in difficoltà di fronte a personaggi interiormente molto complessi, i cui atteggiamenti, comportamenti, parole non fossero l’immediata manifestazione dei pensieri e degli stati d’animo.

   

“I Malavoglia”

Il romanzo narra le disavventure di una famiglia umile di pescatori di Acitrezza (Catania) che cerca di migliorare le proprie condizioni economiche. I Malavoglia raccontano la storia amara di una sconfitta nella quale si esprime il pessimismo radicale di Verga. Non c’è speranza di cambiamento per gli oppressi, soggetti ad una legge di natura, quella della vittoria del più forte e della selezione naturale, che essi non possono controllare. E questa condizione degli umili diventa emblematica di quella dell’intera umanità. L’unico valore positivo che si afferma nel mondo verghiano è quello della dignità umile ed eroica con cui l’uomo sopporta il proprio destino, rinunciando ad inutili ribellioni.

Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue origini, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato e si potrà quindi osservare con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille e il suo disegno semplice. Man mano che la ricerca del meglio, da cui l’uomo è travagliato, cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei “Malavoglia” è ancora solamente la lotta per i bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze e si incarna in un tipo borghese, “Mastro-don Gesualdo”, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma nel quale i colori cominceranno ad essere più vivaci e il disegno a farsi più ampio e vario. Poi diventa vanità aristocratica nella “Duchessa de Leyra” e ambizione nell’“Onorevole Scipioni”, per arrivare all’“Uomo di lusso”, il quale riunisce tutte le bramosie, le vanità e le ambizioni. A mano a mano che la sfera dell’azione umana si allarga, il congegno della passione va complicandosi; i tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, a causa della sottile influenza che esercita sui caratteri l’educazione. In un’epoca che impone un’uniformità di sentimenti e d’idee, persino il linguaggio tende ad individualizzarsi e ad arricchirsi di tutte le mezze tinte e di tutti gli artifici della parola utili a mettere in risalto il singolo.

Il romanzo è incentrato sulla barca da pesca dei Malavoglia, la più vecchia del villaggio: la Provvidenza. Intorno al nonno Padron ‘Ntoni, capo della casa, si stringono altre sette persone appartenenti a tre generazioni diverse. Padron ‘Ntoni e la Provvidenza sono i due poli di quel mondo domestico. Quando ‘Ntoni, il maggiore dei nipoti, è tolto al lavoro per la leva di mare, il nonno tenta un affare, comprando a credito una grossa partita di lupini. Li carica sulla barca e li affida al figlio Bastianazzo perché li vada a vendere a Riposto. La barca di notte naufraga, Bastianazzo annega ed i lupini sono perduti. La Provvidenza è portata sulla spiaggia e viene riparata. A Padron ‘Ntoni rimane il debito dei lupini.

Dopo quella triplice sciagura tutto sembra accanirsi contro i Malavoglia: Luca, il secondo dei nipoti, muore nella battaglia di Lissa; Maruzza, la nuora, muore di colera del ‘67. Il debito dei lupini impedisce le nozze della nipote, la Mena, creatura di silenzio e sacrificio, e si mangia la “casa del nespolo”, che era l’orgoglio e la ragione di vita del vecchio. Inoltre un nuovo naufragio della Provvidenza lascia Padron ‘Ntoni inabile al lavoro. Il primogenito ‘Ntoni, che da quando ha fatto servizio militare in continente non si rassegna alla miseria dei pescatori, si dà al contrabbando e finisce in galera dopo aver ferito un doganiere. Lia, la sorella minore, abbandona il paese e non torna più. Mena deve rinunciare a sposarsi con compare Alfio e rimane in casa ad accudire i figli di Alessi, il minore dei fratelli, che, continuando a fare il pescatore, ricostruisce la famiglia e può ricomprare la “casa del nespolo” dopo che era stata venduta.

Quando ‘Ntoni, uscito di prigione, torna al paese, si rende conto di non poter restare. Questo perché si sente indegno del focolare domestico, avendone profanato le leggi e la sacralità.

 

Tematiche

Alla base del progetto di Verga vi è la riflessione sul progresso, individuato come motore fondamentale della storia umana: il progresso trae infatti origine dalla naturale spinta a migliorare la propria esistenza, che si esercita a ogni livello sociale, e perciò anche nel mondo arcaico e apparentemente immutabile descritto nei Malavoglia. Con ciò Verga accetta la concezione deterministica della realtà propria della cultura positivista, ma rifiuta quella fiducia nel progresso che era alla base dell’ottimismo degli intellettuali contemporanei: il costo di questo incessante moto universale è la sconfitta degli individui più deboli (i vinti, appunto), che dal progresso restano travolti. L’autore stesso afferma infatti, nella Prefazione ai Malavoglia: “Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. […] Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti. […] Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani”.

Muovendo da questi presupposti, da questa predilezione per i vinti, la produzione letteraria verghiana approda a una dolorosa presa di coscienza della realtà, a una analisi delle condizioni esistenti che resta però priva di prospettive e di sbocchi.

Rifiutando il valore positivo del progresso, Verga rifiuta infatti anche di coniugare il concetto stesso di sviluppo con la fiducia in un possibile miglioramento oggettivo della società.

Questo pessimismo di fondo allontana Verga dalle ideologie socialiste e populiste che animavano tanta narrativa ottocentesca, evitando che la sua narrazione scada in toni facilmente consolatori, ma la chiude anche in una visione staticamente conservativa del passato: per lui non si tratta tanto di celebrare gli ordinamenti antichi (che di per sé non sono né migliori né più vitali), quanto di rispettare quei valori morali di autentica umanità che i nuovi miti del successo e del denaro vanno corrompendo.

Ciò è evidente nei due romanzi maggiori: i Malavoglia si perdono proprio nel momento in cui si allontanano dalle tradizioni familiari, gelosamente tramandate attraverso i “motti degli antichi”; Mastro-don Gesualdo si ritrova solo e disperato proprio nel momento in cui sembra aver raggiunto il successo economico e sociale.

 

Prefazione ai Malavoglia